Il progetto Senza fissa dimora di Caterina
Fossati per la
stagione espositiva 1998/99 approda negli spazi di
En Plein Air a Pinerolo, in occasione della seconda edizione
del Progetto Maionese, con la mostra
There's no place like home interamente dedicata da D.J. Lamu' (Francesca Perillo) al suo
recente soggiorno in Giappone.
Il Giappone è per D.J. Lamu' una fonte di molteplici suggestioni.
A partire dallo pseudonimo, ispirato alla protagonista del popolare anime Urusei Yatsura,
oggetto di una passione infantile. Proprio le surreali avventure della bella aliena dai
capelli turchesi e dei suoi buffi compagni hanno fatto incontrare l'artista con la cultura
giapponese, di cui nel tempo ha continuato a subire il fascino. La mostra è composta da
una serie di fotografie scattate
a Tokyo in centri commerciali, locali pubblici, ma soprattutto all'interno della casa
degli ospiti. Celebrando i riti dell'habitat familiare, dalla cucina al bagno in versione
high tech, D.J. Lamu' costruisce un affettuoso e divertente reportage sulla vita
quotidiana di un paese diviso tra postmodernità e tradizione, di cui è
contemporaneamente attrice e cronista.
I am a deejay I am what I play.
Lamu' è il nome italiano dell'eroina di uno shojo manga creato da Rumiko Takahashi,
autrice anche del popolare Ranma. Agli inizi degli anni Ottanta scatenò in Giappone una
vera e propria mania. Le ragazzine ne imitavano disinvoltamente l'abbigliamento, un
succinto bikini tigrato
con stivali coordinati. Lo stesso che indossa in questa occasione D.J. Lamu', in piccante
versione show girl. Non a caso l'alter ego che Francesca Perillo ha scelto per sé, come
l'alias dei fumetti Marvel, ha una personalità multipla: Lamu' è un'aliena dotata di
straordinari poteri che condivide con la prosaica condizione di studentessa liceale.
L'allusione alla natura doppia dell'artista, collocato in
una dimensione supernaturale, si complica se pensiamo al prefisso D.J. Usato non perché
in questo lavoro compaiano dirette suggestioni musicali (anche se la musica assume un
ruolo rilevante), quanto piuttosto in relazione alle
modalità che contraddistinguono l'operato del dee jay: la pseudonimia,
l'interscambiabilità dei nomi legati a diversi repertori musicali, e anche del pubblico
legato alle diverse scelte, la capacità di manipolare e ricreare musica preesistente.
Questa dichiarazione di prossimità, se così la possiamo chiamare, segnala per D. J.
Lamu' l'intento di sottrarsi a obblighi di stile o poetica che, se comportano e
significano coerenza, segnano anche l'ottemperanza a ovvie leggi di mercato. Se D. J.
Lamu' sottoscrive l'assunto postmoderno dell'identità come fatto contingente e mutevole,
sembra d'altro canto alludere ironicamente a tecniche commerciali di differenziazione del
"prodotto". Non a caso il supermercato è stato spesso set dei suoi video,
pervasi da un crescendo allarmante e ipnotico di segnali patologici.
Il supermercato è per D. J. Lamu' luogo dell'ambiguità
tra desiderio e vertigine, vetrina e trappola.
Potenziale teatro per una sindrome da eccesso di offerta è
anche uno degli ambienti banali dove si compie l'esperienza
quotidiana.
Il contesto reale per i "prodotti" della fantasia, ai quali
D.J. Lamu' conferisce un corpo duttile, spazi dove vivere e fare la spesa. Le sue figure
iperreali sono personali
variazioni di modelli stereotipati prelevati dall'iconosfera televisiva (da Lamu' a MTV),
quell'immaginario
che, per Francesca Perillo come per molti della sua generazione e di quella immediatamente
precedente, coincide con una memoria non più esclusivamente soggettiva, con una sorta di
immaginario collettivo mediale.
Quando l'autorappresentazione coincide con il travestimento o il cross dressing, pratica
artistica non certo recente, se pensiamo a madri (o padri?) nobili come la ready-maid
Rrose Selavy e la surrealista Claude Cahun, emergono
quasi sempre questioni inerenti l'identità sessuale (e di genere) o gli stereotipi
connessi alla sua rappresentazione, come caso di Katharina Sieverding, Urs Luthi, Luciano
Castelli. Più estensivamente, sempre negli anni Settanta,
in lavori come quello di Luigi Ontani o in quello, esemplare, di Giorgio Ciam, la
questione in gioco è quella della stessa identità dell'artista, della nozione di autore
che si sostituisce alla creativa e libera esibizione del sé.
Quest'indirizzo appare più vicino alla ricerca degli anni Novanta, in cui si situa a suo
agio D. J. Lamu', spesso sviluppata con i caratteri di una cinematografica fiction.
Tuttavia se il tema non è l'identità sessuale, non è nemmeno l'identity effect della
perfetta strategia mimetica di Cindy Sherman. Talora la finzione si incrina (la Lamu' di
Francesca Perillo non è la Sailor Moon di Mariko Mori).
Si svela il trucco, declinando il travestimento all'imperfetto
fabulativo del gioco infantile. Nel lavoro di molte artiste che
come D. J. Lamu' lavorano in quest'ambito in Italia, da Giulia Caira a Ottonella Mocellin,
da Lorena Matic a Francesca Semeria, solo per citarne alcune, appare una terza via in cui
si intrecciano fiction e vissuto personale, stereotipo e quotidianità. D.J. Lamu'
predilige gli scenari un po' claustrofobici, in cui colloca mediante un'appropriazione
temporanea la sua infinita galleria di personaggi (dall'aliena alla geisha cyborg a
Ophelia) destinati a diventare
protagonisti di performance o che più spesso nascono a beneficio della macchina
fotografica e della telecamera. Le sue azioni "stereoscopiche" vengono poi
fotografate attraverso il teleschermo, talvolta direttamente dal monitor della telecamera,
durante la ripresa, con effetti di distorsione prospettica, in un'operazione di speculare
mise en abîme. In queste immagini sgranate e imprecise, in cui D. J. Lamu' si allontana
dietro a un filtro di pixel, prevale l'evidenza delle peculiarità dei mezzi usati più
che il contenuto. Sul loro carattere voyeuristico D. J. Lamu' pone l'accento nelle
istantanee dal sapore privato, dove compaiono luoghi, cose e persone legate alla sua vita
personale, che ordina in diari in cui confonde documento e racconto d'invenzione.
Fotografa la gente per strada, gli amici nella loro casa, la vicina che tosa il prato, la
vita che scorre dalle finestre dei vicini, come in un saggio postumo di narrative art. In
questo senso aderisce al senso profondo della fotografia che, come sostiene Susan Sontag
è di per se stessa "esperienza catturata". Nel continuo slittamento tra realtà
e finzione, D.J. Lamu' indaga l'invasività dello sguardo mediatico, dei sistemi di
controllo e di registrazione della realtà che governano, e spesso informano e
legittimano, la nostra esistenza.